CORTOMETRAGGI

DELIRIUM 464 di Francesco Mirabelli

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Cristina è perseguitata da incubi in cui ricorrono un uomo incappucciato e armato di coltello, una strana lapide con su inciso il volto di un leone e un numero: 464. La ragazza si confida con il suo migliore amico, il quale, indagando, scopre che i tre elementi sono collegati a una inquietante vicenda avvenuta molti anni prima. Un’inquietante figura incappucciata e armata di coltello da caccia che irrompe in casa, minaccia e uccide: è questa la prima immagine che si focalizza nella mente dello spettatore guardando “Delirium 464”, il cortometraggio d’esordio di Francesco Mirabelli.

Mirabelli scrive e dirige un film che ha sicuramente delle ambizioni, lo si nota dalla costruzione narrativa che alterna sogno e realtà con una logica continuativa quasi surreale,  dalla ricercatezza tecnica dalla trama intricata e ricca di colpi di scena. Il film c’è, e conta alcune buone intuizioni, però allo stesso tempo  “Delirium 464” scricchiola. Se da una parte  apprezziamo la regia che si avvale di movimenti di macchina ricercati  , dall’altra salta all’occhio una sceneggiatura , che unisce ad alcune belle idee ad un un epilogo prevedibile e soprattutto a  dei dialoghi artificiosi che non rappresentano il reale modo di parlare. Inoltre si avverte una certa ridondanza narrativa. “Delirium 464” ha una trama complessa e articolata concentrata in circa 25 minuti , si è scelto di far passare in secondo piano le vicende legate al “mistero” riassunte nella lettura  casuale di un libro da parte di uno dei personaggi, puntandomolto  alla ripetizione dei sogni di Cristina.
Buona  la fotografia di Giada Bosco che alterna ai momenti di veglia, illuminati al naturale, e le luci colorate, quasi psichedeliche, dei momenti onirici. Buone anche le musiche degli The Aborton Project, suggestive e inquietanti. Cast nella media delle produzioni amatoriali con una Giusi Di Gesaro che interpreta una protagonista quasi credibile e un Calogero Palumbo nel ruolo dell’amico  meno convincente.
“Delirium 464” è  un lavoro altalenante, forse un po’  troppo acerbo.

   

 

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