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YOON C. JOYCE INTERVISTA ESCLUSIVA PER IMOVIEZ MAGAZINE

In giro sui set di mezzo mondo Yoon sempre più internazionale

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L’attore internazionale Yoon C. Joyce si racconta sulle pagine di iMOVIEZ.

 

 

   

Ciao Yoon, benvenuto su iMOVIEZ Magazine, da anni impegnato in set in tutto il mondo, ma come hai iniziato la tua carriera?
Ciao, il primo approccio alla recitazione è avvenuto in modo totalmente ludico, non ero né un bambino prodigio, né tantomeno sentivo questa sacra arte scorrere dentro come è capitato a molti colleghi. Avevo 6 anni, mi ero rotto una gamba e vivevo nel sud dell’Arabia Saudita (al seguito di mio padre capocontabile di una multinazionale) dove all’esterno c’erano anche 50°C a mezzogiorno e gli adulti avevano organizzato delle attività ricreative per noi bambini nel quartiere italoamericano in cui vivevo. Non potendo giocare a calcio, pallavolo, o nuoto, avevo un’unica scelta, il teatrino in cui c’erano prevalentemente bambine. Io avevo oltretutto poca memoria e poca concentrazione perciò fu un incubo. Almeno fino a quando la maestra, esasperata, mi fece notare che avrei potuto “improvvisare”. Fu un’illuminazione per il sottoscritto, dotato da sempre di fervida immaginazione. Iniziò a dar sfogo alla mia esuberanza recitando spesso dialoghi poco attinenti al contesto. In seguito ci trasferimmo in altri Stati (Algeria, Austria, Germania ecc…) con soggiorni di massimo tre anni e ogni qualvolta mi univo a compagnie amatoriali di ragazzi con la passione per la recitazione, finché a sedici anni non ci trasferimmo definitivamente in Italia.

Che percorso di studi hai fatto?
Il primo corso lo feci in Algeria presso una piccola compagnia teatrale per italiani e francesi, lo stesso feci a Napoli, ma il tutto con finalità amatoriali. Quando a sedici anni io e la mia famiglia ci stabilimmo in Italia iniziarono in problemi legati alla mia identità, a quell’epoca ero uno dei pochi bambini asiatici in Italia, l’unico nel mio paese e il razzismo che subii fu straziante. Ancora una volta però la recitazione mi venne incontro, era il mio gioco preferito, uscire dal mio corpo ed entrare in un altro. Era liberatorio, ad un certo punto divenne quasi ossessivo. Purtroppo capii presto che il teatro non mi avrebbe offerto sbocchi perché troppo legato ai classici e un volto come il mio poco si sposava con le esigenze delle grosse compagnie. Mi iscrissi ad un’Accademia d’Arte Drammatica a Milano, anche col fine di pulire il mio accento. Conobbi molte persone e l’idea del cinema iniziava a farsi strada nella mia mente, capii che mi avrebbe permesso di arrivare in modo più efficace ad un pubblico più vasto e avrebbe potuto essere l’arma contro il razzismo che tanto avevo cercato. Avrei dimostrato che un volto come il mio può interpretare qualsiasi ruolo senza cadere in ridicoli stereotipi. Ma ciò che l’Italia aveva in serbo per me era tutt’altro che roseo. Come tutti mi trovai un’Agenzia e iniziai a fare casting su casting, eppure gli ingaggi erano sporadici oltreché per ruoli puntualmente ridicoli. Avevo l’ombra di mio padre che non vedeva di buon occhio le mie scelte, e continuava ad ammonirmi, infine mi obbligò a frequentare una scuola per geometri, ma la mia testardaggine fu più grande e dopo la scuola, con l’appoggio di mia madre, mi recavo a Milano per continuare con i corsi di Teatro. Io non potevo mollare, se ero stato in grado di uscire dal tunnel della depressione a causa del razzismo ed evitare di commettere una sciocchezza era proprio grazie alla recitazione perché mi permetteva di andare a Milano e frequentare un ambiente maggiormente internazionale e multietnico. Presto iniziai ad andare sempre più frequentemente a Roma perché era lì la mecca del cinema italiano. Eppure dopo qualche anno capii che era diventato tutto stretto, continuavano ad offrirmi ruoli del cinese deficiente che parla con la L al posto della R, i Koreani la massa nemmeno sapeva chi fossero, chi aveva gli occhi a mandorla era comunque cinese. Assurdo. Me ne andai negli Stati Uniti, prima a Los Angeles, lavoravo in un ristorante italiano per potermi pagare le spese primarie e la mattina frequentavo la Nyc Films Academy. Successivamente mi trasferii a New York dove ebbi il privilegio di avere Miss Susan Strasberg come insegnate.

Sei uno dei pochi attori italiani che lavora a livello internazionale, tanta differenza con il nostro cinema?
Dipende sotto quale profilo. Il nostro, che se ne dica, è ancora un cinema molto provinciale, basta guardare i cast, tutti rigorosamente caucasici, caratterizzati da volti tipicamente italici. Si continua a parlare del desiderio di esportare nuovamente il nostro cinema oltre i confini nazionali, ma non esistono i presupposti. Trovo riprovevole che in ogni pellicola italiana si alternino puntualmente le stesse facce. Eppure vantiamo giovani talenti dalle incredibili qualità artistiche, ma spesso calcano i palchi di teatri off e faticano ad arrivare a fine mese e non hanno mai partecipato ad una sola opera filmica. Questa è una delle principali differenze, il reclutamento casting, il modus operandi che limita la qualità dei nostri prodotti, quando la causa non è ricercare nella poca volontà di rischiare delle nostre Produzioni. Il budget è indubbiamente un altro indiscutibile problema ma oggigiorno abbiamo a disposizione una tecnologia che ci permetterebbe di creare opere memorabili.

Hai lavorato con grandi registi, ne cito uno su tutti, Martin Scorsese, fra questi grandi maestri chi è quello che ti ha più impressionato?
Il citato Martin Scorsese è senz’altro la persona che più ha influenzato le mie scelte e il mio modo di pensare, abbiamo lavorato insieme due volte, una in “KUNDUN” e una in “GANGS OF NEW YORK” ma quello che mi ha maggiormente colpito è senz’altro Ridley Scott, che mi ha scelto nei panni di un prete per far parte del cast principale in THE VATICAN, opera che non è mai stata distribuita. Ho trascorso un mese sul set con lui ed è stata una delle esperienze più incredibili che mi sia mai capitata. Ridley Scott ha quegli occhi azzurri che in un primo momento incutono una certa soggezione, ma quando scopri il suo modo di dirigere gli attori, di confrontarsi con te che non sei nessuno, al pari di qualsiasi altro grande attore presente nel cast, non puoi che non innamorartene professionalmente.

 
 

E tra i tuoi colleghi chi ti ha trasmesso di più?
Leonardo Di Caprio in primis. Anche se abbiamo trascorso sol una settimana assieme, abbiamo condiviso dei bei momenti. Un professionista dalla profonda umiltà, sempre pronto ad aiutare o a dare un consiglio nel momento del bisogno. Mai una pretesa da grande star, mai un capriccio sul set. Disponibile in ogni momento al confronto sulla scena da girare. Questo vale più di mille parole

 
 

Negli ultimi anni sei stato impegnato in molti progetti, accennaci qualcosa a riguardo.
Sono stati anni che mi hanno confermato ciò che ho sempre pensato e sostenuto, ovvero che il cinema nostrano è destinato a subire grandi cambiamenti anche grazie alla nuova generazione e per sopravvivere dovrà internazionalizzarsi, offrire la possibilità di immedesimazione ad un pubblico sempre maggiormente multietnico. Sono stato ingaggiato (e lo sono tuttora) da giovani registi che mi hanno offerto ruoli impensabili solo fino a cinque anni fa. Un film come “Cobra non è” di Mauro Russo ne è un esempio, ma anche “Non è vero ma ci credo” di Stefano Anselmi, e che dire della Serie “Task Force 45” di Beniamino Catena in cui recito accanto a Raoul Bova e Megan Montaner. Una grande soddisfazione di certo l’ho avuta ottenendo una parte nella serie britannica “Stan Lee’s Lucky man” targato Stan Lee ma facente parte di un universo parallelo a quello Marvel, in cui ho avuto l’opportunità di recitare con il grande James Nesbitt. Un ruolo che cito con affetto è quello di Dragomir, un ragazzo muto e con un leggero ritardo mentale che si esprime solo a gesti e versi nel film “Kidnapped in Romania” in cui recito accanto a Michael Madsen e Maya Morgerstern. Un lavoro davvero molto complesso indagare nella mente di qualcuno che non conosce nemmeno il linguaggio dei segni ed è rinchiuso in un corpo limitato.

Il 4 Giugno esce Paraìso, una serie TV Movistar che ti vede fra i protagonisti, puoi anticiparci qualcosa?
E’ una serie fantascientifica diretta dal regista Fernando Gonzalez Molina, gli interpreti principali sono dei ragazzini ma è una serie corale a tutti gli effetti. Paraìso è stata una sfida sotto molti aspetti, anzitutto perché non parlo Spagnolo, e all’epoca mi feci aiutare da un amico per sostenere il provino pur consapevole di avere poche chances. Quando poi venni a sapere che c’erano già cinque pretendenti al ruolo, attori asiatici ma nati e cresciuti in Spagna, sentii di avere davvero un margine di possibilità davvero basso. Ma ero fortunato perché sapevo poco del tipo di lavoro che era, avevo avuto pochi dettagli e questo non mi creò ansia. Invece mi vollero conoscere e mi invitarono a raggiungere la produzione a Madrid. Non potevo crederci. Il regista mi fece rifare la scena tre volte prima di salutarmi con il solito “Le faremo sapere”. Per me era già comunque una bella soddisfazione quella di essere arrivato fino a lì, ma la sopresa arrivò di lì a qualche mese quando venni confermato per la parte di Zhou. La lavorazione mi avrebbe impegnato per i successivi sette mesi. Nessuna connotazione stereotipata alla mia etnia, interpreto il tenente di una squadra tipo SWAT americana, che prende il comando di una piccola stazione di polizia indaffarata nelle indagini sulla scomparsa di tre ragazzine. Presto si rivelerà essere chi nessuno oserebbe pensare. Paraìso è il viaggio in una dimensione che da sempre ci spaventa e affascina, non posso dare troppi dettagli ma pensate “Stranger Things” e a “Dark” e avrete una vaga idea di questa nuova avventura. Per tre mesi ho dovuto studiare le mie battute con l’aiuto di una Coach Spagnola, sia in presenza che in collegamento Skype dall’Italia, oltre a trasferte in Spagna per le prove. Il lancio che stanno facendo in terra Iberica in questo momento è incredibile, ci sono gigantografie della locandina ovunque, alle fermate degli autobus, della metro, e su interi palazzi, sono semplicemente stupefatto nel vedere il mio volto ad ogni angolo di un luogo che non è l’Italia. Nel frattempo noi stiamo girando la seconda stagione.

Cosa cambieresti del cinema di casa nostra?
Molte cose, cambierei modo di fare casting. E poi basta con le solite facce, non se ne può più. Nessuna possiblità per chi non ha un percorso professionale alle spalle, in Inghilterra e in America esistono dei parametri ben precisi per cui non sarebbe possibile per un concorrente di un reality accedere ad un ruolo di protagonista in una pellicola. E ancora un cambio drastico delle sceneggiature, che siano più internazionali e includano ruoli per africani, asiatici che non siano di spacciatori, immigrati, cuochi di sedicenti ristoranti cinogiapponesi, guarda caso personaggi ai margini, poveri, sfigati. E che anche in tal caso valga la regola della professionalità, servono attori di nuova generazione ovviamente, che abbiano avuto una formazione.

Che consigli daresti a chi vuole intraprendere la carriera dell’attore?
Iniziare con la consapevolezza che questo non è un lavoro per tutti. Che se si è piacenti, di bell’aspetto e a detta di tutti si è portati per questo lavoro, è un parere che vale meno di zero. La televisione ha diseducato il pubblico, quando si pensa al mestiere dell’Attore vengono in mente i grandi divi, sia italiani che americani, si pensa subito ai soldi facili, alle interviste, alla bella vita, ma non è così. L’attore in carriera ha tutt’altro tipo di percorso. Nel 90% dei casi la paga di un attore è talmente bassa da costringerlo a cercarsi un lavoro parallelo per potersi pagare le bollette, spesso si esibisce in teatri off divincolandosi fra mille difficoltà. I provini da sostenere sono decine e decine prima di ottenere un ingaggio, nel frattempo tutti tentano in ogni modo di dissuadere dal continuare a “sognare” e a mettersi la testa a posto. Serve studiare, iscriversi ad una buona scuola di recitazione, prima ancora che pensare di trovarsi un’Agenzia e lavorare. Quando faccio notare che per diventare medico o avvocato è necessario studiare e prepararsi e lo stesso vale nel caso dell’Attore, ogni volta mi viene risposto che non si possono fare paragoni con queste professioni. E perché? Perché l’arte non è un lavoro? Cosa faremmo se non esistessero la musica, la pittura, e quindi il cinema? Vale di più aver vinto una grossa causa o un quadro di Michelangelo? Che vita condurremmo senza l’estasi in grado di regalare l’arte? Chissà perché questo lavoro è quello meno considerato, il più sottovalutato e discriminato ma poi così ambito.

Prossimi impegni?
Tanti, ho iniziato a girare sulle Dolomiti un film d’avventura dal titolo provvisorio “Tiger’s Nest” (un ottimo riferimento può essere il “Libro della Giungla”) per continuare in Nepal, abbiamo dovuto interrompere le riprese a causa del Covid ma presto riprenderemo. In seguito ho ingaggi fino al 2022 ma si saprà tutto a tempo debito.

Grazie Yoon per questa intervista, speriamo di riaverti ptresto sulle nostre pagine.
Grazie a voi unsaluto a tutti i lettori di iMOVIEZ

 

 

 

 

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