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AT THE END OF THE DAY – UN GIORNO SENZA FINE

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Sette ragazzi si recano nel bosco per una partite di soft-air, ovvero guerra simulata con armi finte. Dopo i primi spensierati turni di gioco, gli amici si rendono conto che tra gli alberi si nasconde qualcuno che ha armi vere e che intende difendere quel luogo ad ogni costo. La morte di uno dei giocatori fa precipitare la situazione in un incubo in cui l’unica cosa importante diventa sopravvivere.Un survival horror  “At the End of the Day – Un giorno senza fine”, l’ultimo esponente della rinata tendenza al genere tutta italiana. A firmare il thriller/action/horror  c’è Cosimo Alemà,  regista di spot pubblicitari e soprattutto videoclip musicali. Nessun riferimento geografico preciso, nessun attore italiano nel cast e un titolo anglofono per quello che è comunque un prodotto made in Italy al 100{3b869ffffd3f5f06dd7d0c33d911d8243c71dbf073860872c4cde56af92b78da}. La strategia di Alemà e della sua casa di produzione, The Mob, che siede dietro il progetto è ben chiara e sta già dando i suoi frutti.
Alemà  con i co-sceneggiatori Daniele Persica e Romana Meggiolaro, firmano un opera ricca di  ritmo e suspense ,che non ha grandi ambizioni ne si prefigge di dare risposte, ma punta diritto al sodo,   richiamando alcuni grandi survival movie del passato, “Un tranquillo week-end di paura” in testa.  Una didascalia all’inizio ci dice : ” ispirato a fatti realmente accaduti nel 1992″ ,  una data, che  specifica se la vicenda si ambienti effettivamente in quell’anno.  Quel che ci fornisce  è l’ambientazione e gli eventi che richiamano  alla situazione balcanica di At the end of the day - Un giorno senza fineun quindicennio fa e le guerre civili che hanno insanguinato l’Europa dell’Est. “At the End of the Day” è un film  sull’assurdità e l’irreversibilità della guerra,perché, come hanno  specificato gli sceneggiatori durante la conferenza stampa del film, una guerra quando viene innescata è impossibile da controllare e le ferite che causa rimangono sanguinanti anche una volta conclusasi. Cosimo Alemà riesce a sviluppare questo concetto in modo semplice ed efficace, i protagonisti partecipano a una guerra che comincia come un gioco, dal quale nessuno uscirà come vi è entrato.  Le conseguenze sono imprevedibili come il campo minato su cui si trovano a passeggiare i personaggi, un grande recinto di fenicotteri in cui chiunque alla fine avrà perso qualche cosa.  La regia è curatissima, nervosa e in perfetta sinergia con le musiche sognanti (di Soap&Skin, Hammock e WW) che accompagnano la natura selvaggia che circonda ogni cosa. Altrettanto funzionale la fotografia di Marco Bassano, che riesce a rendere inquietante e ostile con toni grigiastri o per lo più spenti un paesaggio bucolico altrimenti bellissimo e gli effetti speciali di David Bracci contribuiscono alla riuscita dell’operazione.
La storia è semplice e lineare e la tematica di base sembra ricondurre ai recenti “Paintball”, “Severance” e “Backwoods – Gioco letale”, mescolati alle suggestioni del già citato “Un tranquillo week-end di paura”, ma il tutto, seppur senza innovazioni, funziona molto bene, anche grazie alle performance dell’intero cast, nel quale si contraddistinguono Stephanie Chapman Baker e i cattivissimi Michael Lutz e Daniel Vivian.

 

   

 

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