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Paura 3D Regia dei Manetti Bros

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I Manetti Bros. sono diventati negli anni una garanzia di buon cinema di genere, tra i pochi autori nel nostro Paese capaci e vogliosi di cimentarsi con tanti differenti generi solitamente considerati di “serie B” e non sostenuti dai produttori nostrani. Solo qualche mese fa abbiamo potuto vedere la loro riuscitissima incursione nella fantascienza con “L’arrivo di Wang” e ora già possiamo ammirare la loro ultima fatica, un horror puro che ha l’esplicativo titolo “Paura 3D”. Questo nuovo film dei Manetti ha il primato di essere il primo horror italiano girato in stereoscopia ad approdare nelle sale e possiamo dire che si tratta anche di un ottimo 3D, sia in quanto a realizzazione tecnica Paura 3Dche per la reale utilità della terza dimensione ai fini del film stesso. Un 3D utilizzato per lo più a favore della profondità e curiosamente riesce a sfruttare molto bene i diversi livelli percettivi pur essendo ambientato soprattutto in interni, creando un notevole senso di claustrofobia. In origine doveva chiamarsi più appropriatamente “L’ombra dell’orco” e ancor prima “La stanza dell’orco”, “Paura 3D” ruota attorno alla storia di una segregazione che ricorda il  caso dell’austriaca Natascha Kampusch, i Manetti, però, non si limitano a riproporre una storia di cronaca, ma  costruiscono attorno a questa vicenda un horror ad hoc che peschi tanto dal Paura 3Dtorture porn quanto dallo slasher movie, senza tralasciare una serie di elementi splatter . In questo  horror che procede tra fucilate in pieno volto, forconate, capezzoli strappati e decapitazioni, quello che colpisce  è il malsano rapporto che si crea tra vittima e carnefice e che raggiunge il suo apice nella  scena della rasatura, che più di ogni altra riesce a mettere a disagio lo spettatore. Il serial killer con evidenti tendenze pedofile preserva il candore infantile delle sue vittime rasandole, negando lo sviluppo fisico proprio di quei particolari che primariamente indicano il passaggio alla pubertà e, in seguito, alla maturità. I meccanismi psicologici che muovono questo comportamento non sono mai urlati e lasciano un inquietante quanto affascinante sotto testo che trova nell’epilogo del film più di un’interpretazione.

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